Descrizione
Ricerca in itinere sotto la guida di G. B. Pellegrini
Quaderni scientifici della Fondazione n. 13
A cura di Ester Cason Angelini
Interpretazioni etimologiche a cura di Paola Barbierato e Maria Teresa Vigolo
Anno di edizione: 2026
Pagine: 480 pagine
Dimensioni: 17 x 24 cm
Il nuovo volume degli Oronimi Bellunesi della Fondazione G. Angelini, a cura di E. Cason Angelini e con le interpretazioni etimologiche di P. Barbierato e M.T.Vigolo; riguarda il territorio compreso tra il Sass del Duràn, avancorpo estremo della Moiazza sovrastante il Passo Duràn, a levante, e il basamento nord-ovest del San Sebastiano-Tàmer (versante agordino), a ponente. Le montagne fanno parte dei siti delle Dolomiti dichiarate da UNESCO patrimonio dell’Umanità, ma sono più appartate e meno soggette al turismo di massa di altri colossi dolomitici più noti; sono forse più adatte ad un turismo lento, spirituale, di riflessione, o scientifico di esplorazione. Nell’indagine sui toponimi, veniamo accompagnati in un cammino immaginario che dai dintorni del Passo, zona di fienagione e pascolo privilegiato di La Valle Agordina (le part del Duràn), ci porta a scendere verso il basso fin quasi a lambire l’abitato di La Valle, percorrendo l’area pascoliva di Càleda; qui incontriamo l’Aqua de Càleda proveniente dal Duràn e la Val de Càleda, da un lato, e, dall’altro, la Valle della Missiàga, prosecuzione della Val de la Ròa: acqua che, superati i detriti ghiaiosi della base del Tàmer, cambia nome e si trasforma in Missiàga, attraversa il paese di La Valle fino ad immettersi nel Cordevole a sud di Agordo. Il cammino prosegue poi nel gruppo del Framónt, avancorpo meridionale della Moiazza, con i suoi “Cantói”, il suo vasto territorio pascolivo d’importanza storica per il Comune di Agordo, che da sempre trae beneficio dalla malga omonima, già citata nel 1722 come monte de Framont e gli ampi prativi di Binàtega, ricchi di biodiversità, le cui acque convergono per confluire nell’Aqua de Càleda mutandone il nome in “Rova”.
La raccolta degli oronimi del volume consente, anche con l’uso di rare immagini, di conoscere di ogni toponimo la storia, l’economia o le pratiche lavorative che il nome sottende, rappresenta uno stimolo ad approfondirne la conoscenza negli angoli più nascosti, a ritrovare i vecchi sentieri, quelli meno frequentati e gli edifici rurali (scófe, caśèi, talvà, caśère, teàẑ ecc.) che ancora permangono e ne punteggiano il paesaggio. Anche a questo è finalizzato il progetto degli “Oronimi Bellunesi”: a conoscere recessi dolomitici di grande bellezza e ricchi di storia, oltre che a salvaguardare i nomi di luogo, soprattutto i più piccoli, non riportati sulle tavolette IGM o su altre cartine topografiche di uso turistico, che altrimenti andrebbero irrimediabilmente perduti; e che rappresentano essi stessi un “patrimonio” immateriale della Cultura alpina, come eredità del passato da lasciare ai più giovani. Nelle loro forme dialettali, che vengono valorizzate e analizzate sul piano linguistico, gli oronimi riflettono, infatti, la storia o la forma fisica, la proprietà o l’aspetto vegetazionale di ogni singolo luogo, oppure gli strumenti di lavoro usati dagli abitanti del passato, che erano per lo più boscaioli, carbonai, pastori, malgari o falciatori di alta montagna, documentando, nel contempo, nel confronto con il paesaggio odierno, il profondo mutamento che nel frattempo è intervenuto sul territorio.
Il volume è il risultato del lavoro paziente ed encomiabile di raccolta degli oronimi da parte dei rilevatori, primo fra tutti Corrado Da Roit, storico, studioso d’archivio e appassionato del suo paese, La Valle Agordina, che si è dedicato ad intervistare sul nome corretto di ciascun luogo i preziosi testimoni locali, ora per lo più scomparsi, analizzando tutti gli archivi disponibili nel territorio; e con lui i rilevatori della parte agordina del volume, a partire da Roberto Chissalè e Giulio Favretti, insieme con gli amici Gianmoreno Gambaretto e Loris Santomaso, appassionati della storia e del futuro della comunità agordina. In apertura del volume, possiamo leggere l’inquadramento geomorfologico del geologo Danilo Giordano, corredato di belle immagini con relativi schizzi geologici, cui segue la dettagliata descrizione del paesaggio vegetale e delle qualità naturalistiche dei luoghi da parte del geobotanico Cesare Lasen. Le informazioni geologiche e naturalistiche trasmesse spesso consentono di interpretare l’origine degli oronimi: è il caso ad esempio della Val del Marmo, nell’area del Duràn, che prende il nome da stratificazioni gessose di color rosa, con la Costa de le Onìẑe , che ne costituisce il fianco meridionale, che sta per ‘costa degli ontani’, o de I Fagaréi in area Val de la Ròa, fitonimo che indica la presenza di boschi di faggio, che si aggiungono ad oronimi più comuni e trasparenti, quali Rova, Ròa, che sta ad indicare un ‘luogo franoso’, nome di luogo purtroppo ricorrente sul territorio, o Maśierói che sta per ‘macereti’ di frana.




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