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La Sede

montedipietaIl palazzo del Monte di Pietà, che secondo quanto scritto nell’atto costitutivo della Fondazione, viene messo a disposizione dalla Cassa di Risparmio di Verona, Vicenza, Belluno e Ancona come sede della Fondazione, è un edificio carico di storia. L’esistenza del palazzo è senz’altro documentata dal 1500, ma il tipo di affreschi e le scritte venute alla luce durante i lavori di restauro indicano che, con ogni probabilità, lo stabile e i dipinti che ancor oggi si possono ammirare sono precedenti almeno di un secolo.

Alla nascita della Fondazione lo stabile era in via di ristrutturazione e sono stati necessari alcuni anni e l’opera di valenti artigiani per renderlo utilizzabile, pur con le limitazioni d’uso che le antiche strutture impongono.

Il Monte Pietà di Belluno è collocato sul lato sinistro della piazzetta del mercato di Belluno, dietro la fontana con la statua di San Lucano, protettore di Belluno e antico santo della Val Serpentina, come veniva chiamata la Valle della Piave. Comprende, a piano terra una chiesetta, sopra la quale sono le sale più importanti della Fondazione, e sulla sinistra la casa Arlotti, (ora sede dell’Istituto storico della Resistenza), con una serie di stanze, stanzette, scale e scalette che in tempi diversi hanno svolto funzioni di accesso e di disbrigo per il Monte. Alcuni usano la denominazione “Monte dei Pegni”, ma essa non trova riscontro nei documenti. L’edificio, o meglio gli edifici in questione, furono sede del Monte di Pietà, con funzione di prestito su pegno, ma non si trova usata la dicitura “Monte dei Pegni”, che è evidentemente una sintesi recente.

I Monti di Pietà nascono nell’Italia centro-settentrionale a partire dalla seconda metà del 1400, per esigenze di assistenza, sotto l’influsso della predicazione francescana e per contrastare l’usura degli ebrei.
L’istituto del Monte di Pietà di Belluno viene fondato nel dicembre 1502, con sede iniziale presso la Confraternita di S. Maria dei Battuti, quindi in sede apposita, a partire dal 1531, in Piazza del Mercato. Come si può leggere nella Cronica Montis Pietatis esistevano già dei locali usati per l’incanto dei pegni nella piazza, centro delle attività economiche della città, ma le fonti archivistiche non specificano quali fossero. È verosimile che si trattasse della stessa casa sopra la quale fu poi edificato l’attuale palazzo rinascimentale, ossia la casa del nobiluomo ser Geronimo Sommariva, che l’avrebbe donata, assieme alla bottega nel 1511 al Sancto Monte, secondo la testimonianza del notaio Pier Paolo Delaito.
Tutto ciò è scritto nel retro della Tavola ex-Voto Delaito del Cristo in Pietà di Giovanni Da Mel, ora al museo civico di Belluno.

E’ certo comunque che il 10 aprile 1531 i governatori del Monte, ossia le persone elette dai popolari della città, deliberarono di dotare quest’importante istituzione di una sede adeguata al prestigio che essa aveva nel frattempo acquisito soprattutto fra il popolo, con l’adaptar e fabricar la casa in do solari forti in volti cum le sue porte e finestre serade e con l’erezione di una torre provvista di campana che annunciasse l’incanto dei pegni. E in quell’anno si registrò un aumento del prestito da lire cinque a lire sette. La costruzione iniziale in due piani fu affidata al mastro Bartolomeo Munaro della Val de Lugan e corrispondeva all’attuale campata centrale, dove era la chiesa della Beata Vergine della Salute, edificata soltanto nel 1628, nella cui sacrestia, prima dei restauri, era visibile una scala di collegamento con il piano superiore: la facciata sopra il volto doveva essere della stessa altezza della casa contigua degli eredi di ser Jacopo Arloto (a sinistra per chi guarda) e munita di un leone marciano andante con lo stemma dei Gradenigo e quello del Monte (una Pietà, per l’appunto).
La famiglia Arloto è una famiglia di artigiani, come la maggior parte di quelle residenti nella piazza del Mercato, poi divenuta nobile. Un ser Jacopo Arlotti è nominato come esattore unico per popolari e contadini il 6 gennaio 1517 (vedi Barcelloni, l. A, c. 366, Manoscritti Biblioteca Civica di Belluno). Nel Dizionario di Francesco Alpago troviamo registrato “La prima menzione che facciasi degl’Arlotti ne Libri del Consiglio è quella di Gasparo Arlotti, che prende l’impresa di noleggiare alquanti letti alla famiglia de’ Rettori; e vedesi confermato questo contratto colli obblighi ed emolumenti l’anno 1404 ultimo ottobre, Libro C (del Consiglio Maggiore). Detto Gasparo trovasi eletto per homines rotuli de Noxadanis Capitaneus S. Hippoliti, 1414, 31 Gennaro, Libro D. Marc’Antonio Arlotto facendo fondamento sulla elezione di detto Gasparo in capitanio di S. Boldo, e presumendo, che da ciò dovesse dedursi prova di Nobiltà presentò supplica al Consiglio per esservi ammesso. Fu ballottata, e ottenne affermative 1, negative 39. 1529, 7 marzo, Libro N”.

La torre-campanile di due passi di altezza sopra la casa dei Sommariva e sei di larghezza sarà poi abbattuta per l’opposizione dei nobili bellunesi. Sappiamo infatti dal Piloni che all’erezione di una torre era connessa di solito la richiesta di istituire un fondaco delle biade gestito dai popolari. Ciò avrebbe costituito una minaccia nei confronti del potere dei nobili. Il Monte di Pietà rappresentò di fatto un punto di riferimento per i popolari, un sostegno per i poveri, che se da una parte erano taglieggiati degli ebrei ai quali, non essendo cristiani, era permesso il commercio del denaro, dall’altra venivano pesantemente spremuti dalle richieste dai pignoramenti e, anche se non del tutto leciti, dai prestiti ad usura praticati sia da nobili che da benestanti dell’epoca.
Il governo del Monte fu significativamente affidato quindi ai popolari fin dall’inizio. Per costituirlo, dietro la spinta e le predicazioni del frate Elia da Brescia, i castaldi della varie confraternite cittadine riuniti nella Scuola di Santa Maria dei Battuti furono esortati a contribuire finanziariamente e le fraglie si riunirono per le offerte che raggiunsero la somma di 612 lire e 8 soldi. Altre somme si aggiunsero sotto forma di elemosine dei fedeli e da parte dei capitaniati di Agordo e Zoldo. Le due campate laterali del palazzo furono acquisite successivamente.
Nel 1575 il Monte acquistò la casa contigua al fabbricato e negli anni 1590 -1595 furono registrati i lavori della nuova fabrica, ossia della campata sinistra dove ora vi è l’ingresso con le scale di accesso. Risalgono al 1604 gli ultimi interventi sulla campata di destra, dopo l’acquisizione della casa di Alessandro Vitulis o de Vedel, preesistente, nella cui sala al primo piano, più interna e con porta ben salda, furono trasportati i magazzini dei pegni, per ragioni di sicurezza. Nel 1627 venne richiesto al governo di Venezia di poter costruire un altare: l’intervento è documentato anche da due disegni inviati alla Serenissima l’anno successivo che evidenziano l’esistenza della scala interna di accesso ai piani, ora murata. Nel 1873 fu comprata la casa degli eredi Arlotto, che si trova sull’estrema sinistra e furono fatti dei lavori per annetterne i locali al Monte. Come già detto, la casa è sicuramente precedente al 1531, sia perché viene nominata in documenti precedenti, sia per le fasce di grottesche che ne percorrono le pareti al piano nobile, simili per stile a quelle del palazzo quattrocentesco di Santa Maria dei Battuti. Anche la casa dei de Vedel dovrebbe essere più antica: nella mansarda, attuale sala carte geografiche della Fondazione, sopra la bella sala con bifora, di stile gotico veneziano, è stata portata alla luce una data incisa sulle pareti: 1447 (dove forse i caratteri 8 z che seguono stanno per 8 zugno). Vi sono inoltre nel salone corrispondente, con volti gotici, al primo piano, resti di fugature policrome di impronta quattrocentesca (o di fine Trecento), poi ricoperte in parte da un’apertura a finestra, probabilmente esistenti nella stessa casa De Vedel.
I De Vedèl sono famiglia nobile, il cui cartiglio è inciso nella colonnina della bifora al secondo piano. Nella Miscellanea Delaito del 1546, “Descrittione delli Cittadini di Cividal di Belun d’ogni sorte excetto li infimi fatta l’anno 1546 et primo”, si nomina in La Contrada de Merchà il nobile Andrea de Vedel del fu magistro Antonio dotor, qual fò fiol d’un caleger, come etiam quelli del Cimador descessi da un che cimava pani. La famiglia e la casa De Vedel erano senz’altro preesistenti alla costruzione del Monte.

Poche sono però le fonti archivistiche in grado di documentare la storia complessa del palazzo, la cui facciata rinascimentale, sicuramente rifatta, presenta tre finestroni quadrati con inferriate sporgenti a fitta maglia, dal carattere monumentale, in contrasto con l’elegante bifora gotica dell’altana. La difformità degli stili è d’altronde prova che la costruzione avvenne in fasi successive, come testimonia la Cronica,

…. Et primo chel ditto Bartholomeo sia obligado. adaptar et fabricar essa casa in la quale habilmente si possa conservar si li pegni come altre robe de esso Santo Monte … et 1° chel se abbia adptar e fabricar la ditta casa in do solari forti in volti cum le sue porte e finestre serade cum le sue prie zentil …

senza un progetto unitario, con rifacimenti ed aggiunte, e accorpamento di quelli che forse inizialmente si presentavano come singoli edifici giustapposti, alti e stretti (di fine Trecento, inizio Quattrocento), come già si è potuto verificare nel caso del Palazzo Crepadoni o di analoghi palazzi bellunesi e feltrini. Anche la presenza di riquadri di muro a malta pressata di fattura quattrocentesca, così come l’affresco arcaico, forse di fine Trecento, di Madonna col Bambino nel secondo ammezzato (in frammenti), la porta in legno e ferro che separa le due sale al primo piano, fanno risalire a periodi anteriori al 1531 parti dell’edificio, il cui sporto completamente in legno è tra i pochi rimasti a Belluno.
La facciata sotto il portico è ricca di ornamenti in pietra di Castellavazzo, lavorata a bocciarda, soprattutto per dare evidenza alla chiesa del Monte. La parte centrale è composta dal portale su cui appoggiano un arco a tutto sesto posto a lunetta e da due finestre rettangolari protette da inferriate a maglia sinusoidale. Nell’interno della chiesa, visibile dalla scalinata del Monte, tramite una finestra con inferriata, sotto la quale è situato non a caso un inginocchiatoio in legno, l’altare maggiore è in parte di stile cinquecentesco in pietra finemente lavorata (forse era situato in precedenza all’interno del Monte e corrisponde all’altare di cui parla la Cronica, dato che la chiesa è successiva al 1628). L’altare laterale è invece del 1600, in legno scolpito dal Brustolon (1662-1732), con statue biaccate dello stesso scultore, così come gli angioletti che si abbracciano al centro del timpano. Un tempo l’altare, restaurato di recente dalla Cassa di Risparmio, con il complesso della chiesetta, conteneva la pala con la Pietà della tavola Delaito, ora al Museo Civico di Belluno: attualmente esso contiene una tela del XX sec. raffigurante S. Rita da Cascia in preghiera. E’ del Brustolon anche la pala lignea dell’altare centrale contenente la tela di Agostino Ridolfi (1646-1727), raffigurante la Madonna.

Sull’austera facciata, trovano posto accanto al Leone di San Marco e allo stemma di pietra del Monte di Pietà (una Pietà, per l’appunto, con la Madonna che sostiene il Cristo morto), diversi stemmi dei rettori veneti o di nobili famiglie bellunesi; percorrendo la facciata da sinistra a destra e dall’alto in basso, gli stemmi infissi sono quelli di:
Francesco Zen (1608), Costantino Zorzi (1618), stemma del Monte sulla cornice sinistra del leone andante della Serenissima, Giovanni Dolfin (1611), Pietro Correr (1615), Francesco Boldù (1681), Pietro Lion (1609-11); in alto, sul limite, stemma della famiglia Pagani a segnare il confine del Monte di Pietà. Sulla riga in basso: Vincenzo Cappello (1597), Agostino da Mula (1594-95), Angelo Contarini (1613), Benedetto Giustinian (1600-02), Marco Giustinian (1603-05), Federico Corner (1621), Girolamo Vallaresso (1669-70), Francesco Duodo (1619-20).

Fonti nelle quali si possono trovare ulteriori notizie a riguardo:

  • Il Monte di Pietà di Belluno, tesi di laurea di Maria Viria Dal Mas, Istituto Universitario di Architettura di Venezia, relatore prof. Tullio Cigni, a.a. 1989-90 (consultabile presso Fondazione Angelini, per gentile donazione della dottoressa Dal Mas).
  • Cronica Montis Pietatis, cod. 1089, Biblioteca Civica di Belluno.
  • Florio Miari, Cronache bellunesi inedite, Tip. Cavessago, Belluno, 1865, ristampa anastatica Forni, Bologna, 1969.
  • Francesco Vendramini, Tensioni politiche nella società bellunese della prima metà del ’500, Tarantola ed. Belluno, 1974.
  • G. De Bortoli-A. Moro-F. Vizzutti, Belluno, storia, architettura, arte, Belluno, 1984.
  • S. Miscellaneo, Il Monte di Pietà di Belluno e il suo archivio, a cura di P. Conte, Verona, Fondazione Cassa di Risparmio di Verona, Vicenza, Belluno e Ancona, 2001
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