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Giovanni Angelini

Giovanni Angelini è nato a Udine il 4 agosto del 1905. La famiglia paterna era originaria del Friuli Orientale, presso il vecchio confine di Stato; il padre era primario medico dell’Ospedale di Udine. La famiglia materna era invece originaria della Val di Zoldo; dalla fine del 1700 il ceppo era legato all’arte di scolpire il legno, la madre modellava in creta, aveva studiato all’Accademia di Venezia e aiutava il nonno, lo scultore Valentino Panciera Besarel, che dalla povertà si era fatto casa e bottega sul Canal Grande.

Ha seguito gli studi classici a Udine, quelli universitari (dopo la morte del padre nel 1922) a Padova, dove si è laureato in medicina nel 1928. Eccetto i periodi di servizio militare (7° Reggimento alpini 1929-30; Ospedale da campo per indigeni in Etiopia 1935-37) durante i primi anni alle supplenze estive di medici condotti ha accompagnato una lunga preparazione universitaria (Padova: Istituto di Istologia ed Embriologia generale, Istituto di Patologia speciale medica e Metodologia clinica; Amburgo: Institut für Schiffs- und Tropenkrankheiten) fino al 1948. Dal 1937 è stato incaricato dell’insegnamento di Clinica delle malattie tropicali e subtropicali presso l’Università di Padova. Nel 1948 è passato alla carriera ospedaliera: primario medico all’Ospedale di Trento, successivamente a quello di Verona (1954) e a quello di Belluno (1958). Alla fine del servizio (1975) è diventato primario medico emerito dell’Ospedale di Belluno.

È stato socio corrispondente dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti. Gli è stata conferita la cittadinanza onoraria del Comune di Forno di Zoldo (1948) e di quello di Zoldo Alto (1980). Ha ricevuto il premio San Martino della Città di Belluno (1975). È stato nominato socio onorario della sezione del CAI di Agordo (1984) e di quella di Zoldo (1989), della quale è stato tra i fondatori nel 1966.

Vicino alla casa avìta (Astragàl di Zoldo), sulla quale è scritto “Bello il paese ove si nasce”, era sorta al posto del tabià la casa materna (1906), dove la famiglia, finchè è stato possibile, ha trascorso i mesi estivi. Il legame con la Val di Zoldo è nato, cresciuto e decorso con la vita stessa.

Ha imparato ad andare in montagna dai pastori e dai cacciatori, pionieri dell’alpinismo zoldano. In famiglia esisteva già una certa tradizione alpinistica: la madre, poco dopo la costruzione (1892) del Rifugio Venezia, intorno ai 24 anni, sfuggì alla sorveglianza paterna e salì sul Pelmo con la guida di Zoldo Alto Angelo Panciera detto “el Mago” e con un’attrezzatura primordiale: la salita le aveva lasciato una profonda impressione.

L’alpinismo vero e proprio cominciò dopo la morte del padre (1922) e durante gli studi universitari. Fu iniziato da Silvio Sperti, compagno di scuola e amico bellunese del fratello Valentino, proveniente da una famiglia di tradizioni alpinistiche.

Dal 1923 divennero soci della Sezione del C.A.I. di Cortina d’Ampezzo, apprendendo l’uso della corda e dei chiodi da roccia, che nei primi tempi erano di costruzione artigianale e venivano infatti regolarmente recuperati con parsimonia. Come scarpe da arrampicata utilizzavano i comuni scarpét allacciati, ne risultava come problema non trascurabile il trasporto o il recupero delle scarpe da fèr, intensamente ferrate come si usavano allora.

Fondamentale fu la collaborazione con Antonio Berti, primario medico dell’ospedale di Vicenza, ancora durante raccoglieva informazioni per compilare una nuova guida alpinistica delle Dolomiti Orientali, con il quale si stabilì per alcuni gruppi montuosi una vera collaborazione che durò fino al 1928, data di pubblicazione della fondamentale opera “Le Dolomiti Orientali”. E durò poi sempre.

A quel tempo non si disponeva di fonti d’informazione sui monti della Val di Zoldo, che fossero valide: era diffusa qualche notizia elementare sulle principali cime, ma si trattava di notizie oltremodo scarse. Fu buona fortuna che un colto alpinista della generazione precedente s’interessasse a tale attività che assumeva nella valle un carattere esplorativo.

Ci si valeva di una tecnica istintiva, affinata dal grande esercizio e che raggiunse a quei tempi gradi elevati; la conoscenza del territorio ovviamente fu approfondita; la resistenza fisica consentì grandi disagi. Nel 1931 Giovanni Angelini è stato ammesso al gruppo veneto del Club Alpino Accademico Italiano; ma ha esercitato sempre un alpinismo tradizionale esplorativo, con assoluta predilezione per i monti che circondano la Val di Zoldo: le salite fatte su altri gruppi dolomitici bellunesi sono rimaste episodi dispersi, così come quelle sulle Dolomiti trentine: è stato infatti socio affezionato della S.A.T. cui dedicò gli scritti “Invito alla storia della montagna”, nella ricorrenza degli 80 anni della sezione (1952), e “Sentieri” nel centenario della S.A.T. (1972). Nella Val di Zoldo dove si è svolta per intero un’attività alpinistica e attentamente descrittiva, che ha condotto alla compilazione di guide alpinistiche (“Salite in Moiazza”; “Civetta-Moiazza” in collaborazione con V. Dal Bianco; varie monografie; “Pelmo e Dolomiti di Zoldo” in collaborazione con P. Sommavilla). Ma un compito preminente è quello rivolto alla storia alpina della valle (“La difesa della Val di Zoldo nel 1848″; “Invito alla storia della montagna”; “Contributi alla storia dei monti di Zoldo”; “Per il centenario della salita di John Ball sul Pelmo”; notizie di alpinisti e guide operanti nel secolo scorso; “Cesare Tomè e le sue salite”; “Civetta per le vie del passato”; “Pelmo d’altri tempi”, ecc.). Inoltre ricordi di alcune attività lavorative dominanti in passato nella valle (fusine, carbonaie), di qualche periodo rovinoso (“Rovine in montagna”). Infine vi è la parte propriamente storica della valle, sviluppata soprattutto negli ultimi decenni con l’inoltrarsi dell’età e con il ritorno della vita di montagna a quella dei sentieri. Sono ricerche varie sull’isolamento della Val di Zoldo (“Le mura di Soffranco”), su “La peste del 1629-1631 in Zoldo”, sulle condizioni demografiche nel passato, in particolare sulle origini medievali delle controversie del lungo confine fra Cadore e Zoldo (Belluno), che caratterizzano la profonda penetrazione cadorina nel territorio geograficamente zoldano; notizie, inoltre, sulle prime opere del nonno materno, lo scultore Valentino Panciera Besarel (1829-1902), confluite nel volume “Gli scultori Panciera Besarel di Zoldo”, pubblicato dopo morte, nel 2002.

È morto il 16 maggio 1990, per ritornare in Val di Zoldo, dove ha scelto di essere sepolto.

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