LA FOTOGRAFIA NELLE PUBBLICAZIONI ALPINE
Giuseppe Garimoldi

Il rapporto fra fotografia e paesaggio meriterebbe una lunga chiacchierata a sé. Ad esempio una riflessione sul fatto che nel paesaggio tradizionale l'orizzonte è una presenza dominante, l’elemento che, separando la terra dal cielo, diventa il cardine della veduta. Subito dopo ci troveremmo a riflettere su una veduta diversa, dove l'orizzonte è sovente negato e quando ci appare, come succede dall’alto di una cima, abbiamo la conferma che appartiene ad un mondo lontano, quello della pianura appunto. Di qui una prima contestazione alla Storia della fotografia che, facendo di tutta l'erba un fascio, confina la fotografia dí montagna in quella generica di paesaggio. Ma lasciamo questo discorso che ci porterebbe lontano, per guardare, più pragmaticamente, all'uso che gli alpinisti, o piu genericamente coloro che vanno in montagna, hanno fatto della fotografia.

1855- Friederich von Martens, veneziano di origine tedesca e francese di adozione, realizza un panorama del Monte Bianco lungo due metri che diventa una delle attrazíoni dell'Esposizione Universale di Parigi.

1859/61- Auguste Rosalie Bisson, il più giovane dei due fratelli titolari di uno studio fotografico alla moda in Parigi, affascinato dal lavoro di Martens decide di salire il Monte Bianco per riprendere il panorama dalla cima. Nel 1861 compie l’ascensione e le sue fotografie ottengono un immediato successo. Teophile Gautier ne parla come di una realizzazione storica e i Bisson, raccolte le immagini in due sontuosi album, li donano uno a Napoleone lll, l’altro a Vittorio Ernanuele II.

1863- Su iniziativa di Paul Grohmann, il fotografo viennese Gustav Jägermeyer compie una campagna negli Alti Tauri che frutta 91 fotografie, esposte e pubblicate in una cartella intitolata: Oesterreichische AJpen, in Photographien nach des Natur aufgenommen.Nello stesso 1863 Alberto Luigi Vialardi, fotografo torinose, partecipa ad un tentativo di ascensione al Monviso e riprende 12 fotografie nel corso del periplo della montagna.In quegli stessi anni, nella Svizzera invasa dai viaggiatori stranieri, i produttori di immagini "souvenirs" abbandonano in sempre maggior numero i tradizionali metodi della litografia e della calcografia per dedicarsi alla macchina fotografica, contribuendo a diffondere un'immagine stereotipata della montagna, fatta di alberghi, strade e ferrovie, ma anche di cime candide, pastorelle in costume, cascate spumeggianti e croci aimargini del ghiacciaio.

1887- Due celebri alpinisti danno vita ad una coraggiosa iniziativa editoriale che porta alla pubblicazione del The Alpine Portfolio - The Pennine Alps. Si tratta di due grandi album, ognuno dei quali è composto da 50 fotografie riprodotte su pesanti cartoni formato 32 x 40 cm, corredati da didascalie e da un breve preambolo che recita: il nostro obrettivo è quello di il1ustrare compiutamente la regione sotto l'aspetto alpino e più in particolare sotto quello dell' arrampicata; la loro funzione non è quindi estetica, né di propaganda turistica, ma quella di reperto iconografico in un tempo in cui mancano ancora del tutto le guide itinerarie.

1889/1896- La funzione della fotografia come strumento per conoscere l'andamento e la struttura di una catena montuosa viene esaltata dal lavoro compiuto da Vittorio Sella nelle tre spedizioni compiute nel Caucaso. Le sue fotografie riprodotte in innumerevoli pubblicazioni sono largamente accettate tra la fine dell'Ottocento e i primi decenni del nuovo secolo, come prototipo della fotografia di montagna.

A fine secolo la commercializzazione di pellicole che permettono la ripresa delle famose "istantanee" e la crescente diffusione di apparecchi di peso e dimensioni ridotte, come la famosa "Kodak", la cui pratica era sintetizzata dallo slogan di lancio voi schiacciate il bottone, noi facciamo resto, rendono popolare la fotografia. Lo stesso Guido Rey è conquistato dalla Kodak che definisce segretaria inseparabile e taccuino d'appunti su cui registrare, nel corso dell'ascensione, i momenti di maggiore emozione.

1925- La Leitz immette sul mercato la "Leica", apparecchio che utilizza un formato per la prima volta espesso in millimetri, il 24 x 36. Una rivoluzione, nel campo della fotografia di montagna e di alpinismo, paragonabile a quello della Kodak.

I fotolibri, come oggi li intendiamo, cominciano a diffondersi regolarmente negli anni Trenta e in molti casi, come quello sulle Alpi Giapponesi di Matsujiro Kanmuri dol 1931, non differiscono sostanzialmente dai vecchi album svizzeri di fine secolo; stessa distanza psicologica fra fotografo e montagna, stessa scelta o inquadratura del soggetto, ma nel corso del 1931 esce in Francia, mosso da un' idea originalo, Haute montagne di Pierre Dalloz. Si tratta di una raccolta di immagini scattate da alpinisti di primo piano nel corso delle loro ascensioni, uomini che sí muovono in perfetta sintonia e sono un tutt'uno con l'ambiente che li circonda ed il volume è, nel suo complesso, una interessante documentazione fotografica di storia dell'alpinismo.

Nel secondo dopoguerra si riprende con vigore la corsa verso le grandi montagne del mondo e nella maggioranza dei casi la spedizione si conclude con un fotolibro celebrativo. L'uso della fotografia come racconto per immagini dell'avventura vissuta non è nuovo, già nei grandi volumi di spedizione di Douglas William Freshfield di Moritz de Déchy o del duca degli Abruzzi la fotografia era in concorrenza con il testo, che tuttavia conservava una preminenza indiscussa; occorre giungere agli anni attorno al decennio 1950 perchè si dedichi alla fotografia una pubblicazione autonoma.

E' in quegli stessi anni che ci si avvia al salto di quantità più che di qualità. Grazie anche alla parallela diffusione della pellicola a colori, il numero di coloro che salgono in montagna armati di macchina fotografica aumenta vorticosamente sino alla saturazione.

Armando Testa, nel 1989, definiva così la situazione, Un grasso benessere da fotocolor ha appiattito il panorama visivo.